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CHE CIASCUNO FACCIA LA SUA PARTE

Nella girandola di dichiarazioni altisonanti, proclami e accuse reciproche sul tema dell’inceneritore di Cá del Bue (cui i cittadini assistono sgomenti in questi giorni) l’Associazione Salute Verona rimane coerente sulle proprie posizioni.

Coerente, in quanto la contrarietà all’impianto di incenerimento dei rifiuti è basata su serie argomentazioni scientifiche ed economiche, non sulle convenienze del momento e l’opportunismo dei suoi ‘dichiarati e mai celati ‘nemici’ nella battaglia: coloro che con tanta convinzione in passato dichiaravano quanto l’impianto fosse utile e addirittura necessario (bum!) e ora, senza vergogna, girano la banderuola dalla parte opposta e fanno proprie le posizioni che la nostra associazione (e i tanti cittadini che la pensavano come noi) hanno sempre sostenuto.

I cittadini, presi in giro da quei politici e amministratori che, per anni, hanno raccontato loro come l’inceneritore fosse necessario, ora voltano gabbana e faranno le loro valutazioni nelle urne.

A noi di Salute Verona preme dire che è ora che si smetta di parlare; che ciascuno faccia la sua parte:

Il comune di Verona rescinda il contratto con Urbaser (la ditta che dovrebbe costruire il nuovo inceneritore) “investendo” l’importo del 2,5 %, ossia poco meno di 3milioni di euro (più Iva) (e non gli 8 -9 milioni citati nell’articolo de l’arena del 29 c.m.). La penale di 26 milioni di euro che Agsm nel 2005 ha incassato da Ansaldo, quando la fase di collaudo del vecchio impianto non era stata superata, potrebbe ben aiutare in tal senso.

La Regione Veneto intervenga sul proprio piano dei rifiuti stralciando l’impianto di incenerimento veronese e attuando, sin da subito, politiche che portino rapidamente la raccolta differenziata verso la soglia prevista del 76%.

Il Governo tolga dalla bozza di decreto attuativo dell’articolo 35 del decreto Sblocca Italia l’impianto di Ca del Bue. Lasciando per un attimo perdere in nostro impianto cittadino pensiamo che da un Governo impegnato quotidianamente a lanciare slogan, o meglio, hashtag, sulla modernizzazione del Paese, ci si aspetta qualcosa di meglio del via libera all’incenerimento, metodo di smaltimento dei rifiuti obsoleto ed anacronistico. Il Governo indirizzi piuttosto gli investimenti su impianti di trattamento dei rifiuti all’avanguardia, che garantiscano di rimanere ‘attuali’  nel corso degli anni grazie a modelli di progettazione dinamici che possano adeguarsi all’evoluzione inevitabile delle tipologie di rifiuto. E spinga su politiche di riduzione dei rifiuti, come fanno tutti i paesi avanzati, incentivando a livello industriale la progettazione di materiali che garantiscano il riuso oppure uno smaltimento compatibile con le politiche di riciclo dei materiali.

Il momento è propizio affinché ciascuno dei tre principali interlocutori (Comune, Regione e Governo centrale) dimostri con i fatti la propria tensione verso politiche evolute in ambito di trattamento dei rifiuti, attuando quelle proposte che proprio in questi giorni sono proclamate a gran voce, solo così noi cittadini potremo tornare a credere a quanto in questo momento può apparire una demagogica strumentalizzazione.

Associazione Salute Verona

Nicoletta Chierego, Daniele Nottegar

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fronte retro

Lettera consegnata al Prefetto di Verona

Verona, 7 settembre 2015

 

 

A

Prefetto di Verona

Salvatore Mulas

prefetto.prefvr@pec.interno.it

 

E p.c.:

Al Ministro all’Ambiente,

tutela del territorio e del mare

On. Gian Luca Galletti

segreteria.ministro@pec.minambiente.it

 

Al Direttore Generale

Dott. Mariano Grillo

Direzione Generale per i rifiuti e l’inquinamento

C/O Ministro all’Ambiente,

tutela del territorio e del mare

RIN-UDG@minambiente.it

 

Al Presidente del Consiglio dei Ministri

On. Matteo Renzi

matteo@governo.it

 

Al Presidente Regione del Veneto

Luca Zaia

luca.zaia@consiglioveneto.it

 

All’Assessore all’Ambiente, protezione Civile

Gianpaolo Bottacin

giampaolo.bottacin@consiglioveneto.it

 

 

 

Oggetto: Schema di Decreto ai sensi dell’art.35, comma 1 del decreto-legge 12 settembre 2014 n.133 (ex Decreto “Sblocca Italia”) convertito dalla Legge 11 novembre 2014, n.164 – Conferenza Stato-Regioni 9 settembre 2015

 

Egregio Prefetto

il giorno 9 settembre 2015 la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome sarà chiamata a esaminare, ad un livello tecnico, lo schema di Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, recante “l’individuazione della capacità complessiva di trattamento degli impianti di incenerimento di rifiuti urbani e assimilabili in esercizio o autorizzati a livello nazionale, nonché l’individuazione del fabbisogno residuo da coprire mediante la realizzazione di nuovi impianti di incenerimento”.

Questo schema di Decreto è stato predisposto ai sensi dell’art.35, comma 1 del decreto-legge 12 settembre 2014 n.133 (c.d. Decreto “Sblocca Italia”) convertito dalla Legge 11 novembre 2014, n.164.

Per quanto premesso e in vista dell’importante appuntamento del 9 settembre, la scrivente Associazione intende comunicare la sua forte preoccupazione per i contenuti di un documento, che prevede la realizzazione di un ulteriore impianto di incenerimento di rifiuti a Verona per il Veneto. In generale vogliamo segnalare la grave lacuna del decreto che non prende in considerazione scenari alternativi all’incenerimento, come impianti a freddo con recupero di materia (cosiddette “Fabbriche dei Materiali”) che non solo sono praticabili e praticati, anche per la riconversione di vecchi impianti di TMB (per i quali lo Schema di Decreto assume invece la continuazione della produzione di CSS), ma si stanno diffondendo via via anche in molte realtà Italiane.

Una Regione quale la nostra, che ha molte realtà virtuose che già oggi vanno oltre 65% di raccolta differenziata, verrebbe ‘schiacciata al ribasso ’ da un decreto che pone il limite al 65%, limite che il Piano Rifiuti della Regione Veneto, fresco di approvazione, eleva al 76%. Vero è che nel citato Piano rifiuti è rimasto in previsione un impianto di incenerimento, retaggio di una strategia degli anni 90, anni in cui questi impianti si collocavano in maniera più importante nel ciclo dei rifiuti e non come trattamenti residuali di fine ciclo, ormai destinati alla marginalità per costi e normativa europea che ne impedirà la costruzione dal 2020. Questo impianto ha visto scendere il suo potenziale di incenerimento da 190 a 150 t/anno, riconoscendo la fisiologica decrescita del prodotto ‘rifiuto’ ma non arrivando, come in realtà dovrebbe essere, a riconoscere l’abbandono completo di impianti con tecnologie non certo all’avanguardia tecnologica. Infatti un impianto di incenerimento:

  • È molto costoso in rapporto all’implementazione di fabbriche dei materiali
  • Vanifica il recupero della materia, costringendo quindi al ricorso alle materie prime, che ben sappiamo essere ‘finite’ e per questo molto preziose
  • Ha tecnologie all’avanguardia finalizzate a non creare troppi danni in atmosfera, tecnologie quindi che hanno un elevato costo sia in fase costruttiva che manutentiva e che precipuamente servono a ‘nascondere’ le sostanze dannose, che riusciremo ad individuare soltanto quando l’ultimo filtro utile (i nostri polmoni e quindi il nostro sangue) li riceveranno. Tecnologie già obsolescenti e statiche, che non lasciano spazio al rapido avanzamento tecnologico nelle strategie di produzione e trattamento dei materiali.
  • Imporrà probabilmente un incremento della spesa sanitaria (punto molto dibattuto, ma di evidenza suffragata da molte ricerche mediche, per chi non vuole nascondersi dietro ai propri interessi)
  • Un costo elevato nel trattamento dei rifiuti, a carico del cittadino, poiché disincentivante nelle politiche di smaltimento e differenziazione del rifiuto.
  • Inibisce l’occupazione che invece sarebbe esponenzialmente crescente con la creazione di “fabbriche di materiali” che prevedano il recupero e trattamento a freddo degli stessi. Le opportunità occupazionali di una economia “circolare” sono di gran lunga superiori a quelle di una economia che distrugge costantemente risorse preziose e rappresentano, anche per la nostra Regione, una grandissima opportunità per sviluppare economie sostenibili per un benessere durevole di tutti i cittadini.
  • Potrebbe deprezzare le molte colture dei nostri territori, portando negli anni alla perdita di marchi DOC e DOP, così rilevanti nell’economia della nostra Regione.

 

Riteniamo che nessun buon padre di famiglia deciderebbe oggi di fare un investimento altamente significativo per una tipologia di impianto che, lo ripetiamo, l’Europa dichiara non più costruibile a partire dal 2020.

La scrivente Associazione rivolge un appello al Governo ed all’Amministrazione Regionale affinché si adoperino per evitare il rischio che siano realizzati ulteriori impianti di incenerimento di rifiuti in netto contrasto con le esigenze economiche e sociali, attuali e future, dei territori.

Per maggiore approfondimento del tema vogliamo includere in allegato alcune osservazioni, redatte da professionisti, che evidenziano le principali “lacune” del decreto così come proposto.

 

 

Voglio sin d’ora ringraziarLa per l’attenzione che ci ha accordato.

Cordiali saluti

 

 

 

 

 

 

Associazione Salute Verona

 

Il Presidente

Dott.ssa Nicoletta Chierego

 

 

 

 

Allegato

Nota di Rilascio

Come esperti e ricercatori che agiscono in supporto alle campagne per una evoluzione virtuosa dei sistemi di gestione dei materiali post-consumo, secondo le direttrici di una strategia Rifiuti Zero ed in coerenza con la visione di una Economia Circolare, ci è stato chiesto di predisporre alcune note di valutazione critica dello Schema di Decreto applicativo dell’art.35 del cosiddetto “Sblocca-Italia”, fornendo al contempo evidenze e valutazioni sugli errori fattuali e concettuali dello stesso.

Questa nota è il prodotto delle riflessioni da noi condivise, e viene messa a disposizione di chi, decisore, attivista, amministratore, cittadino che ha a cuore il tema, intende informare in modo corretto il dibattito locale, e stimolare la formazione di posizioni istituzionali (a partire dalle Regioni, destinatarie della proposta di Decreto) avverse allo Schema di Decreto, e concordi con i principi di sostenibilità e beneficio economico e sociale alle comunità locali.

Gli estensori della nota mettono a disposizione la stessa per tutte le azioni e valutazioni di conseguenza, e sono disponibili per gli eventuali approfondimenti.

 

Natale Belosi

Coordinatore Scientifico Ecoistituto di Faenza

Agostino Di Ciaula

Medico, Coordinatore Comitato Scientifico ISDE – Medici per l’Ambiente

Enzo Favoino

Scuola Agraria del Parco di Monza, Coordinatore Scientifico ZWE – Zero Waste Europe

Beniamino Ginatempo

Professore Ordinario di Fisica, Università di Messina

Andrea Masullo

Ingegnere Ambientale, Direttore Scientifico Greenaccord

Piergiorgio Rosso

Ingegnere Esperto Sistemi Industriali

Federico Valerio

Chimico Ambientale

03/09/2015 Note critiche su schema di decreto applicativo art. 35 c.d. “sblocca-Italia” – Vers. 1

 

Note critiche sullo schema di decreto applicativo

dell’art.35 del c.d. “sblocca-Italia”.

 

Lo schema di decreto è costruito in modo da valutare le “necessità di ulteriore capacità di incenerimento” nelle diverse aree.

Il documento presenta diversi errori, sia concettuali che fattuali:

 

  1. A) sul piano generale (errore di impostazione concettuale): lo Schema di Decreto presuppone di volere rispondere alle criticità presenti sul territorio nazionale, onde evitare procedure di infrazione per mancato rispetto delle Direttive. Ci si riferisce, con ogni evidenza, alla Direttiva 99/31 sulle discariche, ed in particolare al mancato rispetto (in alcune parti del territorio nazionale) dell’obbligo di pretrattamento, sancito dall’art.6, punto a) (“solo il rifiuto trattato viene collocato in discarica”, obbligo poi ripreso dal Dlgs. 36/03 di recepimento della Direttiva). Il problema è che lo Schema di Decreto assume che tale obbligo vada rispettato mediante sistemi di trattamento termico, e che il rifiuto urbano residuo (RUR) debba dunque passare attraverso sistemi di incenerimento (o co-incenerimento): questo non è condivisibile, né corretto, in quanto non c’è nulla che attesti un tale obbligo nelle Direttive UE, ed esistono invece altri sistemi di pretrattamento

 

  1. B) nel merito tecnico (errori e distorsioni fattuali) tanti passaggi di calcolo sono errati, artificiosamente errati, ed al solo scopo strumentale di massimizzare il calcolo delle necessità di ulteriore incenerimento. Tra le distorsioni di calcolo ed assunti erronei fondamentali elenchiamo:
  • si assume il conseguimento del 65% di RD (e non un decimo di percentuale di più, come se tale livello fosse il livello massimo e non minimo di RD previsto dalle disposizioni nazionali; sappiamo invece che ulteriori scenari virtuosi e livelli incrementali di RD si aprono sempre, quando si consolidano schemi basati su RD porta a porta e tariffazione puntuale)
  • non si tiene conto di quei Piani Regionali che già da tempo prevedono comunque obiettivi di RD superiori, ed in certi casi (es. Veneto) marcatamente superiori al 65%: le Regioni verranno costrette a rivederli al ribasso?
  • non vengono minimamente considerati gli effetti quantitativi di programmi di prevenzione/riduzione del rifiuto (si assume solo una “invarianza del quantitativo di RU”), che sono però resi obbligatori
  • dalla Direttiva 2008/98, art. 29 (la citazione delle Direttive da parte del documento è dunque decisamente sbilanciata, e l’impianto del documento stesso ci mette a rischio infrazione quando invece dichiara di volerle evitare)
  • dallo stesso Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti, incluse le indicazioni fornite dal Comitato Tecnico Scientifico per l’attuazione del Programma Nazionale di Prevenzione

 

  • viene impropriamente computata una necessità di incenerimento del 10% dei materiali da raccolta differenziata, quando
  • le percentuali di scarti, nei modelli domiciliari (quelli di riferimento per il conseguimento degli obiettivi nazionali di RD e soprattutto per quelli incrementali ora in discussione nell’ambito del dibattito su Economia Circolare a livello UE) sono inferiori, a volte marcatamente inferiori
  • non tutti gli scarti da attività di riciclaggio sono inceneribili (es. scarti da vetrerie)
  • gran parte degli scarti inceneribili sono anche, in modo più coerente con le gerarchie UE, e con migliore profitto economico, riciclabili (es. plastiche eterogenee)
  • si assume una produzione del 65% di CSS dagli impianti di pretrattamento (dato artificiosamente al rialzo, rispetto alla realtà degli stessi impianti di preparazione CSS, che pure non rientrano nelle strategie che noi condividiamo)
  • pur non condividendo noi la strategia del co-incenerimento, occorre rilevare che gli stessi quantitativi avviati a co-incenerimento, che vanno dunque in detrazione al computo delle necessità complessive di incenerimento, sono largamente sottostimati, essendo basati sui dati 2013 che non tengono conto degli effetti incrementali determinati dal Decreto Clini” nell’ultimo biennio
  • soprattutto, non si prevedono assolutamente scenari operativi alternativi, come gli impianti a freddo con recupero di materia (cosiddette “Fabbriche dei Materiali”) che non solo sono praticabili e praticati, anche per la riconversione di vecchi impianti di TMB (per i quali lo Schema di Decreto assume invece la continuazione della produzione di CSS), ma si stanno diffondendo nelle programmazioni locali in molte parti d’Italia in modo da
  • rispondere da subito all’obbligo di pretrattamento
  • farlo secondo declinazioni virtuose e rispettose della primazia del recupero materia
  • farlo con minore impegno di risorse finanziarie per unità di capacità operativa installata (i costi di investimento specifici di tali impianti sono di 300-500 Euro/t. anno, contro 1000-1500 Euro/t. anno necessari per gli impianti di incenerimento) il che consente di riservare maggiori risorse all’attivazione dei sistemi di RD ed all’impiantistica dedicata al riciclo ed al compostaggio
  • mantenere flessibilità nel medio-lungo termine, grazie alla convertibilità di tali impianti a trattare materiali da RD, il che consente di accompagnare la crescita delle raccolte differenziate e la minimizzazione progressiva del RUR

 

  1. C) infine, e questo è il maggiore difetto di analisi dello Schema di Decreto (errore di prospettiva), non si prendono neanche in minima considerazione gli scenari incrementali di recupero materia attualmente in discussione a livello UE, nel corso del dibattito sulla “Economia Circolare”; scenari che con ogni probabilità porteranno ad un aumento degli obiettivi di recupero materia (70% rispetto all’attuale 50%, assunto dallo Schema di Decreto). Evidentemente, la cosa non potrà coesistere con una situazione di infrastrutturazione “pesante”, come previsto dallo Schema di Decreto, mediante impianti che richiedono alimentazione con flussi di RUR garantiti per 20-30 anni. Questo sarebbe lo stesso errore fatto negli anni ’90 dai Danesi, che tuttavia se ne sono accorti e non a caso hanno adottato una strategia nazionale di gestione delle risorse che prevede ora una “exit strategy” dall’incenerimento al grido di “ricicliamo di più, inceneriamo di meno” [1]

 

 

 

[1] Denmark without waste – recycle more, incinerate less. The Danish Government, 2013.

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INCONTRO CON LA COMMISSIONE D’INCHIESTA PARLAMENTARE SULLE ATTIVITA’ ILLECITE CONNESSE AL CICLO DEI RIFIUTI

                                                                                                                                                       23 OTTOBRE 2014

RELAZIONE SUI CASI SEGUITI DALL’ASSOCIAZIONE SALUTE VERONA IN QUESTI ANNI IN RELAZIONE ALL’INCONTRO CON LA COMMISSIONE D’INCHIESTA PARLAMENTARE SULLE ATTIVITA’ ILLECITE CONNESSE AL CICLO DEI RIFIUTI E SUGLI ILLECITI AD ESSE CORRELATE (IN DATA 27 OTTOBRE 2014)

INTRODUZIONE:

Gentili componenti la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti  e su illeciti ambientali ad esse correlate, l’Associazione Salute Verona di Verona coglie l’ occasione che le viene offerta, per trasmettere una relazione sugli argomenti di interesse che ha seguito in questi anni.

La possibilità di scoprire degli illeciti prevarica le nostre conoscenze e competenze, il nostro apporto è posizionato a monte degli illeciti e riguarda unicamente la vigilanza ambientale, l’informazione ai cittadini, la creazione di un’opinione obbiettiva sui progetti e sulle attività legate ai rifiuti nel territorio di Verona e Provincia. In questo senso, intendiamo presentare un report sui casi e le criticità derivanti dall’attività di gestione sia dei rifiuti urbani che dei rifiuti speciali, a cura tanto delle Amministrazioni Pubbliche che degli imprenditori privati. Teniamo a precisare che il nostro approccio ai progetti ha come obbiettivi primari la eventuale rilevazione, anche tramite pareri di professionisti, di elementi di criticità e la proposta di alternative fattive, al fine di evitare quello che fino ad ora è successo nel nostro territorio, ossia inquinamenti da discarica, da smog, da impianti posizionatati in aree non idonee ecc.., frutto di una gestione tra pubblico e privato le cui conseguenze possono trasformarsi anche negli illeciti dei quali avrete modo di discernere.

Per ciascuno degli argomenti che tratteremo di seguito, vi sarà una descrizione iniziale, quindi una sintesi di quello che si ritiene più importante per capire le distorsioni ed infine si riportano delle deduzioni anche riconducibili agli effetti da voi studiati. Sperando di aver fatto cosa gradita e utile, vi invitiamo alla lettura.

Associazione salute Verona

INCENERITORE DI VERONA: rapporto tra amministrazioni, cittadini e pratiche messe in atto.

Esiste una effettiva riluttanza dell’amministrazione comunale al confronto con gli skateholders sulle criticità riscontrate e la volontà di riattivare l’inceneritore di Verona, nonostante la virtuosità dimostrata con le buone pratiche adottate dall’Amministrazione stessa, scelte che hanno portato il Comune di Verona a risultati d’eccellenza nel trattamento dei rifiuti urbani.

Si riscontra infatti una chiusura totale di dialogo con la cittadinanza, avvalendosi anche dello status delle società municipalizzate di condurre business e strategie industriali coperte da ‘segreto’, celando quindi i veri interessi economico-commerciali divergenti rispetto al giudizio e parere della cittadinanza. Le commissioni comunali di controllo sulle partecipate vengono costantemente non informate o male informate (per esempio, durante una di queste sedute i dirigenti della partecipata, unitamente all’assessore alle partecipate, asserivano che nulla poteva e doveva trapelare del nuovo progetto perchè di proprietà del vincitore del bando, quando invece una settimana prima gli stessi dirigenti avevano presentato la domanda di scoping presso la Regione, la quale aveva provveduto a pubblicare l’intero progetto sul proprio sito).

Si persegue la strategia del riserbo privatistico aziendale, creando una totale mancanza di trasparenza e di informazione. Nel caso citato del ‘revamping’ dell’inceneritore di Verona, valutato tramite una commissione regionale (allora preseduta dall’ing. Fabio Fior) si era passati dalla decisione di sistemare l’esistente, a quella di procedere alla costruzione di un nuovo impianto accanto all’esistente non funzionante, da realizzarsi tramite progetto di finanza con procedura di bando europeo. Vinta la gara il piano economico finanziario non è mai stato reso noto, e l’Amministrazione Comunale, tramite la partecipata di proprietà dello stesso ed avvalendosi della congiuntura politica favorevole (maggioranza della giunta, sindaco vicesegretario del partito di maggioranza), condiziona la Regione a sostenere la necessità di avvalersi di questo impianto, pur non essendovi le ragioni obbiettive perchè questo sia provato (mancanza dei rifiuti, mancanza degli incentivi allora congelati, problemi di deroga per la costruzione di nuovi impianti in terreni non idonei ad ospitare impianti per il trattamento dei rifiuti).

Dagli articoli di stampa si assiste ad un ‘teatrino’ che esordisce con un rimpallo concordato di competenze e responsabilità tra la Regione Veneto ed il Comune di Verona, atto a confondere le responsabilità di entrambi gli attori e a far passare il messaggio che costruire questa opera da 200 milioni di euro è un obbligo di legge dettato dalla Regione. Nella stampa locale manca un’analisi obbiettiva da parte di giornalisti e molte volte gli articoli da noi proposti non vengono pubblicati o pubblicati in piccola parte con una replica molto più eloquente nella stessa pagina da parte delle amministrazioni o delle partecipate. Naturalmente quanto descritto non rappresenta alcun profilo di atto illecito, ma delinea un ‘modus operandi’ non trasparente, che potrebbe dare luogo a vicende già vissute all’epoca della costruzione del primo inceneritore a Verona (la madre di tutte le tangenti).

Lo sforzo compiuto dalle associazioni e dai comitati del territorio è stato determinante per creare consapevolezza ed informazione tra i cittadini di Verona e provincia, soprattutto con il coinvolgimento dei comuni limitrofi (con livelli di raccolta differenziata oltre il 70%). Il posizionamento di molti comuni verso politiche ‘virtuose’ di trattamento dei rifiuti ha reso possibile una maggiore informazione, anche attraverso i media, sulle pagine della provincia, provocando un effetto di riverbero che ha coinvolto pure le forze politiche a promuovere la ‘cultura’ di un trattamento dei rifiuti urbani da intendersi come materia prima-seconda, coerentemente con quanto espresso dalle direttive europee, ove è sancito il rispetto della gerarchia dei rifiuti mediante azioni mirate alla prevenzione, al riutilizzo e solo in ultima all’eventuale recupero di energia.

Da un’analisi delle azioni compiute dall’Amministrazione di Verona sorgono quindi delle deduzioni contrastanti. Si è arrivati a una percentuale di differenziazione notevole, ma non si mettono in azione le pratiche successive atte ad evitare l’uso delle discariche e si predilige l’utilizzo del trattamento meccanico biologico al fine di produrre combustibile derivato dai rifiuti o combustibile solido secondario, pratica costosa per i cittadini e non completamente rispettosa del recupero di materia oltre che inquinante per l’utilizzo (smaltimento) dei combustibili così derivati. L’impressione è quella di voler rimanere in un limbo che non pregiudichi completamente la produzione di rifiuto secco per non far crollare completamente la già insufficiente sussistenza ai fini dell’incenerimento. Le risposte alle nostre insistenti domande di perseguire la gerarchia dei rifiuti, sono basate, a detta delle partecipate, da criteri economici, non supportati comunque da alcuno studio e in controtendenza con il bisogno di materie prime seconde a buon mercato.

La sintesi di quanto descritto in seguito mette in evidenza diverse criticità:

×         un voluto distacco dei cittadini dalle azioni compiute dalle amministrazioni operanti nel territorio, con l’esaltazione del fare del singolo politico non sostenuta da una programmazione studiata e quindi condivisa ;

×         la mancanza di un’obbiettiva informazione mediatica sull’incenerimento, a differenza delle abbondanti e utili campagne promosse per il riciclo e la differenzazione dei rifiuti urbani;

×         nessuna trasparenza, nemmeno nelle sedi istituzionali riguardo il progetto d’incenerimento. Non si esaminano le clausole e il piano economico finanziario del progetto di finanza;

×         si ritarda volutamente il processo che consentirebbe di arrivare a migliori risultati, intesi come recupero di materia e riutilizzo, non proseguendo con le azioni successive rimanendo in fase di stallo;

×         la prevalenza del pensiero politico del momento rispetto a un’obbiettiva analisi dei costi e benefici delle diverse tecniche di trattamento e quindi la mancanza di programmazione anche temporale delle azioni (es. la durata del progetto di finanza e della potenzialità dell’incenerimento occupa uno spazio temporale di 25 anni…).

La deduzione di questa analisi vuole evidenziare come questo ‘modus operandi’ non porti senza dubbio a dei benefici certi e studiati presso la popolazione ma la esponga a rischi di contrattazioni politiche ben note ai giorni nostri oltre che a danni erariali futuri.

 

DISCARICA DI CA’ VECCHIA: costi della bonifica, ampliamento della discarica.

Una storia che parte dagli anni ‘60 con la costruzione di una cava utile alla costruzione dell’autostrada, situata nei pressi di Verona est nel comune di San Martino Buon Albergo (Vr). In mancanza di normative viene utilizzata per 20 anni come discarica per rifiuti, che oggi potremmo definire speciali e tossico nocivi, senza alcuna autorizzazione. Le prime bonifiche iniziano a fine degli anni ‘90. Nel ’97 la Regione approva la realizzazione della discarica per rifiuti non tossico nocivi con contestuale bonifica: 3 lotti per conferire i rifiuti sparsi nell’area e provenienti dall’esterno utili a finanziare l’opera. Nel ’99 la Regione autorizza la costruzione dei lotti 4 e 5 a causa del ritrovamento di maggiori rifiuti. Nel ’05 la Regione autorizza l’ampliamento (lotti 6 e 9)al fine di finanziare la bonifica del lotto 0 a causa di alcune falle del sottostante strato di argilla. Nel ’10 viene autorizzato un ulteriore ampliamento per finanziare la bonifica del lotto 5.

Ai giorni nostri il totale dei metri cubi ivi smaltiti è di 1,5 milioni.

Nel 2006 e 2007 viene aperto un fascicolo contro ignoti (06/14730, 07/15068, 07/15085) al fine di verificare le responsabiltà e le cause dei mancati effetti della boniifica precedente, che ha provocato i futuri ampliamenti della stessa, trasformando questa discarica da moritura a stabile.

La storia di questa discarica è simile a quella di molte altre e rimarca gli errori del passato, che bisognerebbe evitare. La discarica infatti sorge in un terreno che presenta massima vulnerabilità idrogeologica, con le falde dell’acqua a 2 metri di altezza dal suolo, non di certo il luogo ideale per accatastare per i prossimi 30, 50, 100 anni 1,5 milioni di metri cubi di rifiuti speciali, che godono anche di alcune deroghe per taluni inquinanti. I conferimenti alla discarica producono proventi indirizzati sia al comune ospitante che alla Regione, fondi che a parer nostro dovrebbero essere inglobati per esaurire il costo della bonifica al fine di contenere al massimo l’impatto futuro post mortem della discarica. Si pensi che ogni 6 mesi vengono pompati in superficie circa 10.000 metri cubi di percolato da smaltire.

Come detto le storie delle ex cave divenute discariche abusive, in luoghi con elevata vulnerabilità idrogeologica, trasformatesi in emergenze ambientali con gravi ripercussioni sul territorio e la salute dei cittadini , sono tutte simili e hanno suscitato interessi economici elevati per gli imprenditori di questo settore. Le motivazioni sono deducibili sia perché l’attività di gestione dei rifiuti rende oggi 10 volte il profitto di qualsiasi altra attività, sia perché è notorio che i fondi post mortem delle discariche (quando esistono) non sono sufficienti ad affrontare le crescenti spese di mantenimento delle stesse. La cronica mancanza di fondi economici dei piccoli comuni, che per legge sono tenuti prendersi in carico queste emergenze ecologiche, attira gli imprenditori ad intervenire sul posto, creando nuove discariche e profitti in cambio delle bonifiche degli stessi. E’ altrettanto noto che la maggior parte di queste discariche o ex cave si trovano in luoghi non idonei ad ospitare nuove discariche. L’esercizio delle deroghe e degli ampliamenti è in costante aumento al fine di giungere alla risoluzione delle emergenze.

Come per la discarica di Ca’ Vecchia, Ca’ Bianca , Ca’ Filissine, Ca’ Baldassarre sono state presentate istanze di V.I.A ed eventuali A.I.A. da parte di diversi imprenditori. Progetti che mirano a risolvere l’esistente criticità e che hanno come contrappasso l’inconveniente di creare nuove future criticità nei luoghi dove sono situate le stesse a causa della creazione di impianti o nuove discariche in deroga alle normative esistenti. Quando poi il rapporto tra la bonifica e il risarcimento si prolunga per anni è notorio che si creino delle ‘vicinanze e collaborazioni’ tra imprenditori e amministrazioni che si susseguono nel tempo dando luogo a connivenze sospette e sottaciute sempre e sempre maggiormente anche in luogo degli esigui fondi presenti nei comuni. Da queste tendenze ed esperienze, estese a livello nazionale, si ricavano delle deduzioni:

come per i rifiuti urbani anche i rifiuti speciali andrebbero ‘trattati’ per evitarne il semplice deposito in discarica, ottenendo quindi un riutilizzo di materia sottratto dalle discariche e riutilizzato per altri scopi;

le discariche e gli impianti dovrebbero sorgere in siti idonei anche lontani dalle eventuali bonifiche, evitando così emergenze future per le prossime generazioni;

Il rapporto economico tra amministrazioni e imprenditori deve essere trasparente, messo a conoscenza della popolazione e utilizzato per ridurre i tempi di bonifica o ai fini di migliorare le condizioni di chi patisce i danni dell’emergenza.

 

PROGETTO 46/2012 DEPOSITATO PRESSO LA REGIONE VENETO: intentodel progetto e criticità, rapporto con le amministrazioni

“impianto di stoccaggio provvisorio di rifiuti pericolosi e non pericolosi, liquidi e solidi, con operazioni di recupero e smaltimento. Delocalizzazione dell’impianto esistente con contestuale introduzione di varianti sostanziali – Comuni di localizzazione: San Martino Buon Albergo e Verona (VR); Comuni interessati: San Giovanni Lupatoto e Zevio (VR)”

Trattasi di un progetto rivolto a trasformare un impianto esistente, con alcune autorizzazioni per operazioni di recupero e smaltimento di rifiuti pericolosi e non solidi e liquidi, in un grande impianto industriale per il recupero elo smaltimento dei rifiuti sudetti per una quantità giornaliera di 900 tonnellate al giorno. Il progetto originale prevedeva 11 linee produttive all’interno di un capannone di 21.000 metri quadri esteso su un’area complessiva di 35.000 metri quadri. Durante la fase di V.I.A. è stata eliminata una linea composta da dei forni pirometallurgici, che prevedeva il recupero degli ossidi di zinco e altre operazioni di smaltimento oltre che la produzione giornaliera di 300 tonnellate di ghisa al giorno. L’impianto, tuttora al vaglio della commissione VIA regionale, avrebbe la funzione di evitare il ricorso alla discarica per diversi tipi di rifiuti speciali pericolosi e non sia solidi che liquidi. Come detto nel punto precedente in una nostra osservazione finale, affermavamo l’esigenza che anche per i rifiuti speciali si potesse ricorrere al recupero di materia mediante operazioni sia di riciclaggio che di trasformazione. Questo impianto sarebbe coerente con queste finalità ma è stato presentato, come accade per le discariche a compensazione di bonifica, in un’area non idonea per legge a ricevere nuovi impianti di trattamento dei rifiuti e quindi ha trovato l’opposizione sia dei comitati e associazioni che delle amministrazioni dei comuni limitrofi oltre che dell’Arpav e della Commissione VIA Provinciale. Per motivi di brevità ci fermiamo qui per indicare quella che secondo noi è la maggiore criticità di questo impianto dal punto di vista progettuale. Evidenziamo come questo iter abbia però avuto un percorso alquanto ‘strano’:

L’Amministrazione del comune ospite ha dato prima della presentazione del progetto il proprio parere favorevole a una proposta di progetto che prevedeva un’ampliamento del sudetto impianto;

successivamente sono state apportate delle modifiche tra cui la delocalizzazione, che però non hanno mai visto il passaggio presso la giunta comunale;

il committente ha presentato l’istanza di Via presso la Regione come si conviene, anche se alla presentazione del progetto non si è presentato nessuno;

successivamente la Provincia ha avvisato i comuni limitrofi che la ditta avrebbe voluto esporre loro il progetto, senza però ottenere dai Comuni risposta alcuna;

la procedura quindi ha continuato il suo iter silenziosamente (stupisce il comportamento del Sindaco del comune ospitante, che nel frattempo intratteneva riunioni con il committente);

A due giorni dalla scadenza del termine per presentare le osservazioni, casualmente ci siamo accorti come associazione dell’esistenza di questo progetto ed abbiamo invitato i comuni limitrofi a valutare l’opportunità di presentare delle osservazioni, cosa che hanno fatto puntualmente.

Dobbiamo dire che nessuno, ad eccezione della giunta del sindaco ospitante l’impianto, fino a quel giorno era a conoscenza che a distanza di 500 metri dei sopracitati discarica di Ca’ Vecchia e inceneritore di Ca’ del Bue sarebbe sorto questo immenso impianto (presumiamo il più grande del Veneto) che si collocava in un terreno non idoneo, come l’inceneritore e la discarica, e in più con una fonderia da 300 tonnellate di ghisa al giorno. Crediamo che se non ci fosse stato il nostro intervento, con molta probabilità il progetto avrebbe già passato la valutazione di impatto ambientale positivamente senza aver asseverato alla popolazione gli impatti alla quale sarebbe stata esposta. Anche alla luce di una recente sentenza (TAR del Veneto, con sentenza n. 863 del 18 giugno 2014) riguardante le varianti sostanziali, qualunque sia l’estito di questo progetto, auspichiamo quanto abbiamo cercato di proporre alle parti: che detto progetto venga localizzato in un sito idoneo.

Sempre nell’ambito di questo e di altri progetti in itinere segnaliamo come la Commissione VIA della Regione Veneto abbia perso di credibilità quale organo di consultazione tecnica: alcuni suoi membri, infatti, sono progettisti del progetto che dovrà essere valutato, creando un’idea collettiva di mancanza di terzietà e distacco politico di questo organo che svolge una funzione determinante per il rispetto delle regole e la tutela del territorio, con tutto che ciò può comportare.

In sintesi possiamo affermare che per questo ed altri progetti è mancato l’iniziale coinvolgimento della popolazione, imposto poi dalle associazioni e comitati che si sono fatti portatori d’informazione sostituendosi a coloro che solamente una volta ‘sollevato il coperchio’, hanno ripreso in parte la loro funzione con ritardi omertosi e cambi repentini di direzione.

La progettazione di nuovi impianti introdotti, anche utili ed indispensabili non dovrebbe avvenire in luoghi non idonei, ma dovrebbe esserci un rapporto sinergico e trasparente tra amministrazioni imprenditori e popolazione, con una progettazione partecipata utile ad evidenziare tutti gli aspetti contenuti nei progetti proposti a monte della presentazione.

Si deduce che le amministrazioni con le loro componenti devono avere una capacità di programmazione territoriale unica e scevra da ogni conflitto di interesse, utilizzando anche gli ausili informatici, che comprendono software complessi, utili a individuare istantaneamente impatti complessivi e unicità di giudizio per talune scelte in luoghi non idonei. Tale programmazione deve essere unica e condivisa a tutti i livelli amministrativi. La progettazione di impianti che hanno determinati impatti deve essere partecipata da tutti gli attori, amministratori, imprenditori e popolazione, diversamente le conseguenze sono quelle qui espresse oltre che quelle che oggi imperversano le amministrazioni.

 

 

 

PROGETTO 52/2013 DEPOSITATO PRESSO LA REGIONE VENETO: criticità del progetto e carenze progettuali

TITOLO:“ESTENSIONE DELL’OPERA DI INVASO DI MONTEBELLO A SERVIZIO DEL TORRENTE CHIAMPO. PROGETTO DI AMPLIAMENTO DEL BACINO ESISTENTE NEL COMUNI DI MONTORSO VICENTINO, ZERMEGHEDO E MONTEBELLO VICENTINO (VI)”.

Tale progetto rientra tra gli interventi di mitigazione del rischio idraulico mediante la realizzazione di bacini

di laminazione, individuati dallo stesso Ente Regionale con DGR N 989 del 5 luglio 2011.

L’attenzione nei confronti di questo progetto è scaturita dall’aver appreso la notizia del futuro riempimento della cava Guainetta e della cava Case Nuove (San Martino Buon Albergo VR) con il materiale proveniente dall’estensione del bacino d’invaso di Montebello, zona nota per l’inquinamento dovuto all’attività conciaria degli scorsi decenni.

Questi aspetti, una volta visionato il progetto, hanno reso necessarie delle osservazioni presso la Commissione VIA e sono rivolte alle criticità ambientali in relazione:

×         Alle matrici ambientali maggiormente coinvolte (ambiente idrico e suolo)

×         Alle modalità di gestione dei terreni scavati che si presentano variamente contaminati

×         Alla cumulatività degli impatti in relazione alle altre progettualità previste sull’area vasta.

Tralasciamo per brevità taluni aspetti e ci concentriamo sulle criticità metodologiche riguardanti l’utilizzazione delle terre e roccie da scavo persenti nel progetto che poi saranno quelle che andranno a incidere sugli eventuali riempimenti delle cave in oggetto:

A questo proposito, il Decreto 10 agosto 2012, n. 161 concernente “Regolamento recante la disciplina

dell’utilizzazione delle terre e rocce da scavo”, prevede l’elaborazione di uno specifico “Piano di Utilizzo

nel quale devono essere definiti una serie di dati che non sono presenti nel progetto. Inoltre, stabilisce che nel caso in cui l’opera sia oggetto di una procedura di valutazione ambientale, l’espletamento di quanto previsto dallo stesso Regolamento deve avvenire prima dell’espressione del parere di valutazione

ambientale. Ovvero, in sede di procedura di VIA deve essere approvato anche il Piano di Utilizzo, e quindi condotta la caratterizzazione del materiale di scavo (metodologicamente e operativamente conforme a quanto stabilito dagli allegati 2 e 4 del Decreto). Nel caso in questione, il Piano di Utilizzo non risulta presentato all’Autorità Competente per la relativa valutazione/approvazione. Riteniamo quindi che non sia stata applicata e rispettata la procedura prevista dal Decreto Ministeriale con la conseguenza che le possibili destinazioni/utilizzi del materiale in esubero dagli scavi, e non riutilizzato in sito, si ritengono inique e non valutabili, in quanto, per l’appunto, non supportate da analisi sul materiale di scavo conformi a quanto previsto dalla normativa di settore vigente, sia in termini metodologici che operativi.

Deduciamo che vista l’importanza e l’urgenza dell’opera, almeno sotto il profilo descritto, si sarebbe dovuto attenersi a quanto disposto dalla legge, sopratutto al fine di evitare in seguito problemi gravi di inquinamento derivati dal non essersi attenuti alle procedure a garanzia dei prodotti di scavo che andranno a riempire cave che presentano profili di elevata vulnerabilità idrogeologica. Da rimarcare il fatto che si tratta di un territorio adiacente a tutte le altre opere sopra descritte (inceneritore, discarica,..) creando eventuali altri focolai di inquinamento, che poi con il tempo verrebbero messi in rilievo e darebbero luogo anche a reati di natura ambientale.

 

 

 

 

IL PRESIDENTE

DELL’ASSOCIAZIONE

SALUTE VERONA

Nicoletta Chierego

 

commissioneParlamentareInchiestaAttivitàIllecite_27Ott2014