Rifiuti e cancro: non ci sono ancora le prove

 

CAMPANIA

Rifiuti e cancro: non ci sono ancora le prove

L’aumento anomalo di casi di tumore e di mortalità esiste, ma servono studi approfonditi per verificare l’esistenza di un legame certo. Altre le zone in Italia «sorvegliate speciali»

MILANO – L’emergenza rifiuti a Napoli e i roghi d’immondizia sono stati al centro dell’attenzione nostrana (e sulle pagine dei giornali di tutto il mondo) per parecchi mesi. In molti hanno lanciato l’allarme per l’inquinamento ambientale e fin da subito si è temuto che la permanenza della spazzatura nelle strade e i roghi di immondizia potessero essere associati all’incidenza di alcuni tumori più alta rispetto alla media nazionale, come se l’esposizione a cancerogeni anche molto potenti per qualche settimana fosse sufficiente a far sviluppare istantaneamente la malattia. Ovviamente la realtà è ben più complessa anche perché la cancerogenesi richiede non meno di 10-20 anni di esposizione e accumulo di sostanze tossiche (come è stato, per esempio, per lo sviluppo di tumori dopo l’incidente di nucleare di Chernobyl). La faccenda del legame fra immondizia e cancro è però tornata alla ribalta nei giorni scorsi quando il quotidiano Avvenire ha pubblicato i dati preliminari di uno studio dell’Istituto per la cura dei tumori Pascale di Napoli secondo il quale esisterebbe una stretta correlazione tra l’emergenza rifiuti degli ultimi anni, i fumi tossici degli incendi e l’aumento delle malattie.

SOLTANTO IPOTESI – «Se è indubbio che in diverse zone della Campania ci sono preoccupanti picchi di incidenza di alcune malattie neoplastiche, è altrettanto vero che i motivi di queste anomalie sono ancora tutti da chiarire» precisa Loredana Musmeci, direttore del Dipartimento ambiente dell’Istituto superiore di Sanità (Iss). Secondo l’indagine condotta dal responsabile dell’Epidemiologia del Pascale, Maurizio Montella (realizzata elaborando dati Istat), infatti, nelle province di Napoli e Caserta negli ultimi 20 anni sono più che raddoppiati i decessi per mielomi e linfomi e sono aumentate significativamente le morti per tumori al colon e al polmone. Un fenomeno in netta controtendenza rispetto ai decessi per neoplasie nel resto dell’Italia. L’incremento, secondo gli epidemiologi del Pascale, potrebbe essere collegato all’emergenza rifiuti: l’inquinamento prolungato da sostanze tossiche, ipotizzano, potrebbe aver interessato le falde acquifere e i fiumi (dunque non tanto l’acqua potabile quanto quella usata per le irrigazioni agricole). Potrebbe, il condizionale è d’obbligo. Perché in realtà prove certe, scientificamente valide, non ce ne sono.

NON CI SONO PROVE PER I RIFIUTI, PER L’AMIANTO SÌ – «Innanzitutto bisogna spiegare che lo studio realizzato dagli esperti del Pascale per ora non è ancora stato pubblicato su nessuna rivista scientifica e stiamo parlando soltanto di dati preliminari, non definitivi – precisa Musumeci -. E poi, in ogni caso, non si tratta di un’indagine impostata in modo tale da poter stabilire l’esistenza di un legame fra esposizione ambientale e malattie (in questo caso fra rifiuti e tumori). Per appurare un rapporto certo fra inquinamento e cancro bisogna valutare molti elementi e raccogliere prove inequivocabili, come è stato fatto per l’amianto. In pratica, vanno raccolte evidenze scientifiche che dimostrino che l’aumento dei casi di tumore e dei decessi siano dovuti a una causa ben definita (inquinamento o rifiuti), escludendo molte altre, come il cambio di alimentazione e di abitudini, l’obesità o altri fattori». È quanto è stato fatto dallo studio SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), i cui esiti sono stati presentati durante il congresso annuale dell’Associazione Italiana di epidemiologia lo scorso novembre 2011 a Torino.

QUELLE ZONE «SORVEGLIATE SPECIALI» – Promosso dal Ministero della Salute e coordinato dall’Iss, il progetto SENTIERI ha impegnato per quattro anni (2007-2010) un gruppo di 32 studiosi appartenenti a diverse istituzioni scientifiche che hanno analizzato con una metodologia omogenea la mortalità per 63 gruppi di cause nel periodo 1995-2002 nelle popolazioni residenti in 44 Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche (SIN: 21 al Nord, 8 al Centro, 15 nel Sud), per un totale di circa sei milioni di cittadini italiani in 298 Comuni. Il gruppo di lavoro ha esaminato attraverso un lavoro complesso l’evidenza epidemiologica dell’associazione per ogni combinazione di causa di morte e fonte di esposizione ambientale presente nei SIN, valutando la forza della loro relazione causa-effetto. Per esempio, per gli incrementi di mortalità per tumore polmonare e malattie respiratorie non tumorali, a Gela e Porto Torres è stato suggerito un ruolo delle emissioni di raffinerie e poli petrolchimici, a Taranto e nel Sulcis-Iglesiente-Guspinese un ruolo delle emissioni degli stabilimenti metallurgici. Negli eccessi di mortalità per malformazioni congenite e condizioni morbose perinatali è stato valutato possibile un ruolo eziologico dell’inquinamento ambientale a Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres. Per le patologie del sistema urinario, in particolare per le insufficienze renali, un ruolo causale di metalli pesanti, IPA e composti alogenati è stato ipotizzato a Massa Carrara, Piombino, Orbetello, nel Basso Bacino del fiume Chienti e nel Sulcis-Iglesiente-Guspinese. Incrementi di malattie neurologiche per i quali è stato sospettato un ruolo eziologico di piombo, mercurio e solventi organoalogenati sono stati osservati rispettivamente a Trento Nord, Grado e Marano e nel Basso Bacino del fiume Chienti. L’incremento dei linfomi non Hodgkin a Brescia è stato messo in relazione con la contaminazione diffusa da PCB (policlorobifenil). «Le cause di morte studiate – conclude Musmeci -, con rare eccezioni, riconoscono una molteplicità di fattori causali, peraltro non tutti noti. Sarebbe quindi fuorviante e scientificamente poco valido affermare che ogni incremento della mortalità osservato possa essere attribuito all’inquinamento in uno specifico SIN. Ma abbiamo raccolto dati precisi e ora i Ministeri della Salute e dell’Ambiente, le Regioni, le ASL, le ARPA e i Comuni interessati prenderanno le misure necessarie a tutelare la salute dei cittadini».

Vera Martinella(Fondazione Veronesi)

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